Non si placa la pressione dei ribelli yemeniti Houthi nei confronti dell’Arabia Saudita. A sole ventiquattr’ore dal sanguinoso bombardamento che ha provocato una dozzina di vittime e oltre un centinaio di feriti nello scalo della capitale, un nuovo blitz ha preso di mira l’aeroporto internazionale King Khalid, esacerbando ulteriormente il clima di forte instabilità nell’intera regione.
L’ondata di raid — condotta con l’impiego combinato di missili balistici, armi da crociera e droni — non ha risparmiato né l’infrastruttura aeroportuale di Damman né alcuni strategici siti energetici della compagnia Aramco. La recrudescenza delle ostilità giunge in un momento particolarmente delicato per il paese, a poche settimane dall’avvio della Future Investment Initiative, il prestigioso forum economico noto come la “Davos nel deserto”. Nonostante i crescenti timori per la sicurezza globale dell’evento, i promotori dell’iniziativa hanno confermato lo svolgimento dei lavori, garantendo l’adozione di imponenti misure di protezione per tutelare i numerosi esponenti del mondo finanziario internazionale attesi a Riad.
La gravità degli episodi ha suscitato un’immediata e compatta levata di scudi a livello internazionale. Dai principali paesi europei, tra cui Italia, Regno Unito e Germania, oltre che dalle istituzioni dell’Unione Europea e dalle Nazioni Unite, sono giunte ferme stigmatizzazioni dell’offensiva, con un duro richiamo alla necessità di tutelare la popolazione e le strutture civili per evitare un disastroso allargamento del conflitto. Richiami alla cautela e alla ricerca di una via diplomatica sono stati espressi anche da Mosca, mentre altre nazioni dell’area hanno bollato l’accaduto come una seria minaccia per la stabilità regionale.
Sul fronte americano, la Casa Bianca mantiene per ora un atteggiamento di attesa strategica, pur manifestando profonda riprovazione per gli attacchi e senza escludere la possibilità di fornire un diretto supporto militare alle autorità saudite. L’eventuale decisione di aprire un nuovo scenario d’intervento si inserisce tuttavia in un quadro geopolitico complesso, segnato dalla presenza delle forze statunitensi nell’area e dalle riserve dell’opinione pubblica interna rispetto a un ulteriore coinvolgimento bellico.















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