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Negli Stati Uniti c’è un interesse crescente per conoscere i piani di Gerusalemme riguardo a Rafah. L’operazione nella città rifugio mira a disarmare Hamas e non rappresenta una “linea rossa”, ma dalla Casa Bianca emergono alternative.

L’entrata a Rafah non è una mossa furtiva. L’obiettivo è smantellare i quattro battaglioni di Hamas ancora attivi nella Striscia di Gaza, che si sono rifugiati nella città meridionale trasformata in un luogo di protezione durante il conflitto. Nonostante non siano i battaglioni più potenti dei terroristi, la loro presenza è aumentata dopo gli scontri con l’esercito israeliano, attratti dalla densità della popolazione civile, che li rende meno facilmente individuabili.
Gli Stati Uniti seguono con attenzione le mosse di Israele, esigendo precisione nelle operazioni a Rafah. Mentre i colloqui a Doha continuano, dipendendo dalle decisioni di Yahya Sinwar, capo del gruppo a Gaza, Washington vuole esaminare approcci alternativi. Alcuni funzionari statunitensi suggeriscono di affrontare direttamente la fonte del problema: il contrabbando di armi attraverso il confine egiziano.
Sebbene un’azione militare a Rafah non sia imminente, resta una carta da giocare per esercitare pressione sui terroristi. Israele, consapevole delle critiche internazionali, cerca di bilanciare l’efficacia militare con le implicazioni umanitarie e politiche. Biden cerca di prevenire una crisi imminente, invitando Israele a Washington per discutere delle prossime mosse.
La collaborazione tra Israele e gli Stati Uniti, seppur segnata da divergenze personali, è cruciale per evitare un disastro nella regione. Mentre Hamas trae vantaggio dai contrasti tra i due alleati, i silenzi tra le parti suggeriscono un dialogo più profondo che potrebbe portare a soluzioni concrete.

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