L’autore e le sue origini
L’autore nasce a Roma nel 1970 e ha due figli. Dopo essersi laureato in Economia e Commercio lavora alcuni anni nello studio paterno. Nel 2000, dopo un viaggio nel Corno d’Africa, decide di lasciare tutto e trasferirsi in uno sperduto villaggio tra i monti del Tigray. Regione dell’Etiopia flagellata dalla siccità, dalle malattie e da una atroce guerra appena terminata. Lì inizia a prendersi cura di quei bambini che il mondo sembra aver dimenticato. Gli invisibili appunto, e costruisce per loro “il più bel villaggio per bambini orfani che si sia mai visto”. Con il tempo sorgeranno scuole, ospedali, strade, pozzi. Nel libro, Romagnoli ripercorre, in un susseguirsi di emozioni e con un ritmo incalzante, i suoi vent’anni trascorsi in Etiopia. La nascita del “Villaggio dei Bambini di Adua” attraverso le tante vite che lo hanno attraversato.
Il racconto
L’autore racconta gli occhi dei piccoli e la forza delle donne, rivela luoghi nascosti e paesaggi lontani che profumano di spezie e di caffè. Mostra luci e ombre, colori e oscurità, fa ridere, commuovere e riflettere. Racconta gli occhi dei bambini e la forza delle donne, rivela luoghi nascosti e paesaggi lontani. Donne che profumano di spezie e di caffè. Mostra luci e ombre, colori e oscurità, fa ridere, commuovere e riflettere. Le storie spaziano dal primo viaggio alla ricerca di un misterioso richiamo (“Quella notte”) alla costruzione del villaggio. All’avvincente ritrovamento di una bambina che cambierà per sempre la vita dell’autore (“Melat”). Alle comiche descrizioni di imbarazzanti analisi mediche compiute in un improbabile laboratorio locale. Si attraversano sentieri romantici e di vera poesia, dove vengono celebrati con parole tanto semplici quanto coinvolgenti l’amore e l’amicizia. Non mancano momenti drammatici (“La scatola dei biscotti”) e racconti di amori interrotti. Come quello per la piccola Rompina “La bambina che mi insegnò a volare”. E poi tratti fiabeschi ne “Il pozzo magico e la tela bruciata” e storie di rivincita come “La principessa ladruncola”. Insomma, Babajé è un libro diverso da tutti gli altri e non facilmente catalogabile. Non è un romanzo, né una delle tante raccolte di storie di paesi lontani. Tanto meno una biografia. L’autore utilizza un linguaggio semplice e mai banale, coinvolgente ma non ricercato, un linguaggio che, dal suo profondo, arriva dritto al cuore del lettore e risveglia con delicatezza quella “parte migliore” con la quale spesso si perde il contatto. Una scrittura nuova, fresca, diretta, capace di trasportare profumi, suoni e voci e di proiettare negli occhi di chi legge volti, colori, immagini che rimarranno impresse a lungo.
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