Chi è costretto a dimettersi per tutelare la propria incolumità può accedere alla Naspi. Lo chiarisce l’Inps, spiegando che in questi casi si tratta di una situazione assimilabile alla disoccupazione involontaria.
Secondo l’Istituto, episodi di violenza o condotte persecutorie, anche se compiuti da persone esterne all’ambiente lavorativo, possono rendere impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro. La scelta di interrompere l’attività, quindi, non viene considerata una decisione volontaria, ma un atto di autodifesa.
La normativa riconosce questa condizione equiparandola alle dimissioni per giusta causa per fatto del terzo, garantendo così il diritto alla Naspi senza penalizzazioni.














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